La grande Città

CHI NON AMA LA PROPRIA CITTA ALZI LA MANO!

Va bene si, c’è un sacco di gente in verità che non ama, anzi detesta, la propria città e a volte non ce la fai proprio a dargli torto.

Come si fa ad amare “Casal Pusterlengo”? O “Gorgonzola”? E non si può! E non si offendano chi in queste cittadine assurde ci vive e le ama; dovremmo tutti riuscire a trovare il meraviglioso nel posto che abitiamo e chiamiamo casa; io per esempio amavo Sesto S. Giovanni.

No, non andare a cercarlo su google, non ne vale la pena; è una mastodontica zona di ex-cantieri e acciaierie; il centro cittadino era delizioso quando io ero piccina e sapeva di gelsomino e cioccolato, ma tutto attorno non c’è quasi nulla; era un posto industrial quando “l’industrial” non andava ancora di moda; le ciminiere, gli ex magazzini, i carroponti abbandonati, il cielo rosso ruggine e queste infinite distese di terra rossastra, nera e marcia oltre i muri crepati e grigi di cemento polveroso dove prima c’erano fabbriche e acciaio fino all’orizzonte rosso e oro del tramonto.

Un luogo post-nucleare di ragazzetti annoiati e prostituzione spicciola.

La periferia di Milano.

Una cittadina che poco aveva di bello se non il centro e il palasport con la sua pista da pattinaggio.

Io passavo tutto il mio tempo a Milano; e non per le discoteche e gli aperitivi; amavo Sesto nonostante tutto come amavo Milano.

Ecco, Milano.

Rapporto di amore odio/odio amore (come per mamma no?) i ragazzetti da branco la bramano come la Mecca e i foresti non la capiscono per la scarsa, se non totalmente assente, cortesia e amore per il prossimo. Ma Milano è la New York di Italia.

Ma Milano è più vecchia.

Milano ha mille storie.

Dimenticate se non appena accennate nelle vecchie canzoni.

Milano si dirama su di un suolo di leggende e storie di fantasmi.

Io amavo quella Milano più di tutto.

In pochissimi le conoscono, quasi nessuno ne è interessato, ma se hai avuto come me la fortuna di entrare in un grande parco, fare le scalinate di pietra calcarea che portavano nella piccola biblioteca nascosta di parco Sempione, di trovare, in un’atmosfera deserta e autunnale sotto le immense vetrate sporche abbracciate dai rami dei frassini, un piccolo libro intitolato “Milano segreta” ti rendi conto di quante cose le città moderne, sotto le luci abbaglianti e lo shopping sfrenato, abbiano da raccontare.

Milano è una vecchia signora nobile ed altezzosa; che cammina elegante di fronte alla folla della società; ma se si lascia conoscere, se sei curioso di lei, è un’amante folle, appassionata, e piena di seduzione e oscura ambiguità, piena di storie da raccontare, e spettri, e streghe, e vie dimenticate e giardini ombrosi.

Queste sono alcune delle sue storie.

Ogni città a le sue canzoni; la più bella, la più autentica, quella che descrive meglio la capitale meneghina no, non è “O mia bela madunina” ma “Porta Romana”.

La Porta Romana sorge al centro di piazza Medaglie d’Oro, allo sbocco dell’omonimo corso; è una delle sei principali porte di Milano, all’interno dei bastioni. In passato, Porta Romana identificava inoltre uno dei sei storici sestieri in cui era suddivisa la città meneghina: proprio a quest’ultimo – e non alla Porta da cui esso prende il nome – fa riferimento la canzone. Più volte viene citata via Filangieri – la quale, peraltro, non apparteneva a tale sestriere. Al numero 2 dell’omonima piazza sorge il Carcere di San Vittore, inaugurato nel1872. I riferimenti al carcere – e alla vita, alle ansie ad esso legati si sentono tutte nella canzone.

Così recita Wikipedia (che dio la preservi!)

e la canzone, quella originale, fa così:

La via Filangeri l’è un gran serraglio,

la bestia più feroce l’è ‘l commissario.
In via Filangeri gh’é una campana:

‘gni volta che la sona l’è ‘na cundana.”

Via Filangeri costeggia S. Vittore; ora non c’è più nulla di storico, di antico, perfino il carcere non è più quello originale; eppure la leggenda resiste; perchè di notte, la notte di Walpurgha, Ognissanti, la notte conosciuta oltre oceano come Halloween pochi sanno che a Milano non era solo sentita, era celebrata, ricordata, e temuta.

La notte di Ognisanti le vecchie milanesi del prima guerra mettevano doni di latte dolce per gli spiriti, legavano nastri rossi ai capelli dei bambini per evitare che il maligno li toccasse e la notte cucinavano il pan dei morti, un dolce a base di uva passa che al risveglio portava il segno del tocco profondo delle dita scheletriche dei defunti.

I milanesi accendevano candele per i loro cari morti, e per difendersi da essi, e Milano rispondeva mandando a trovare nelle loro case i suoi spiriti defunti, fraintendendo.

Via Filanngheri, si dice che ben tre afflizzoni diverse la infestino alla mezzanotte di Ognisanti;

l’infestazione dei fuliggini; piccoli fiocchi di cenere e polvere che rotolano nel buio sull’asfalto e sui ciottoli, nelle bave di nebbia corrono, si annidiamo, coprono i piedi e le caviglie, si accumulano negli angoli come spinti da un vento invisibile e pungono e pizzicano tutto ciò che ostacoli il loro percorso lasciando dolenti lividi blu.

Le anime inquiete di chi morì fra quelle mura carcerarie, quando ancora la campana a morto risuonava per loro.

Più pericolosa è la processione che si intravede appena al fondo della via; una fila di figure gobbe ed ammantate di nero, intabarrate per respingere il freddo, la nebbia e il dolore.

Questa fila ondeggiante sono donne, ammantate di nero, le quali urla fischiano come il vento e il pianto scricchiola come le foglie sul selciato uccise dall’inverno. Donne che hanno perso il marito, un figlio, un fratello nel nero carcere; donne che non rivedranno mai più i loro padri, i loro parenti, i loro amici ed amanti morti di stenti fra quelle mura. Loro aspettano, e piangono per espiare i peccati di chi hanno amato.

Ma la più terribile storia del vecchio carcere sono i vecchi muri di pietra segnati abbattuti ormai da tempo, che da ogni crepa colavano nero sangue umano.

E la canzone và avanti.

O luna che rischiari le quattro mura:

rischiara la mia cella ch’è tanto scura,

rischiara la mia cella ch’è tetra e nera;

la gioventù più bella morì in galera.”

Erano sagge le vecchie milanesi.

Ogni città a la sua “signora dei vicoli” o la propria “dama bianca”; a Genova c’è la vecchina di vico dei librai che vaga e cerca la propria casa distrutta dal bombardamento della guerra domandando a tutti i passanti della strada distrutta e dimenticata.

Anche Milano ha la propria anziana madre.

Si chiamava Bianca Colomba.

Nacque strabica a mezzanotte da madre lavandaia negli anni della Milano austriaca. Aveva una voglia talmente estesa e di tale malaugurante colore e forma sulla coscia destra che la nutrice cercò di nasconderla sfigurandogliela coi ferri roventi del camino. L’infante si voltò e la fissò talmente intensamente col suo sguardo strabico che la donna fù costretta ad arretrare e desistere.

Bianca era una buona bambina, e divenne poi una buona donna.

Aiutava chiunque glielo chiedesse; possedeva un corvo che recitava il padre nostro ed un gatto che prediva il passato.

Faceva filtri d’amore e di buon auspicio, mai si sposò, ma pare che ebbe molti figli, era una devota cristiana e una gentile strega.

Quando morì aveva novant’anni e si spense con un sorriso.

Ma se sei una giovane ragazza e ti aggiri fra le bancarelle del mercato di Pt. Romana forse incontrerai una vecchina dai capelli candidi che ti sorriderà e ti dirà in milanese stretto “fortunata, fortunata e innamorata”.

Sono gentili i vecchi fantasmi. Ma non tutti; non sempre. E sono molti.

Ti lascio con la vecchia canzone, e con la promessa che ti racconterò ancora della vecchia signora e dei suoi fantasmi.

“O luna, luna, luna che fai la spia:

bacia la donna d’altri, ma non la mia.

Amore, amore, amore, amore un corno,

di giorno mangio e bevo, di notte dormo.

Ci sono tre parole in fondo al cuore:

la gioventù, la mamma ed il primo amore.

La gioventù la passa, la mamma muore

e restet cume un pirla col primo amore.

Porta Rumana bella, porta Rumana,

ci stan le ragazzine che te la danno,

ci stan le ragazzine che te la danno:

prima la buonasera e poi la mano

ci stan le ragazzine che te la danno:

prima la buonasera e poi la mano.”

Buna 1/2Notte.