Il Re in giallo. cap.VIII

Forse è passato troppo tempo ed ormai ti sarai dimenticato delle avventure di papa Lemuel, Teresa e J.J Freeman. Ma nel caso ci fosse ancora in te un po’ di curiosità di leggere il capitolo terminale del nostro romanzo breve dalle tinte Lovecraftiane allora ti invito a sederti comodo, sarà un lungo viaggio fino “Alla corte del Re in giallo”.


Il Re in giallo.

Quando tornarono a suonare alla porta di Carter nella magione dietro le antiche colline di Arkam, la quale era stata sostituita nel tempo con un’anonima cittadina nominata Bay Point, i nostri erano straniti ma entusiasti.

Avevano volato fino a New Orlanse ed ora erano di ritorno.

Erano riusciti nella loro piccola impresa di salvare le preziose proprietà Bostoniane di Randolph parlando con i suoi avvocati e l’amico di New Orleanse, che altri non era se non il padre del loro amico Cezanne Roqueforde che incontrarono ancora solo diligente fanciullo.

Un avido e spazientito cugino e il suo avvocato erano la controparte; i giornali davano Randolph per disperso da mesi e la famiglia altro non desiderava che mettere le avide mani sulle proprietà di famiglia, le case, i possedimenti, il denaro, la grande casa di Bay Point e l’appartamento di Boston.

Il cugino di Carter era un uomo mediocre e totalmente impermeabile alle bizzarre spiegazioni di Roqueford padre, con cui Randolph doveva essersi messo d’accordo in uno dei suoi viaggi temporali.

Roqueford e i suoi avvocati cercavano di difendere la causa Carter spiegando all’antipatico parente che il mago non era morto ma solo in viaggio e che quando fosse tornato avrebbe avuto bisogno di tutte le sue proprietà, ma l’uomo non voleva sentire spiegazioni; fino a ché non intervennero Lemuel, le sue ombre viventi ed i suoi demoni dal teschio scarnificato.

Quando il borioso cugino se le era data a gambe rinunciando a tutte le pretese sulle proprietà Carter i nostri si erano fatti una bella risata.

Così ora erano di ritorno, curiosi come non mai di scoprire la prossima tappa del loro viaggio.

Non rimasero delusi quando Zkauba li condusse verso la umida e verde grotta nelle colline, passarono oltre i verdi orti, la profumata foresta di antiche querce, e passarono l’oscura, antica, invisibile porta fra i mondi che la chiave d’argento aprì davanti a loro, nel buio.

Le terre di Ulthar erano ricche come nient’altro che i loro occhi terrestri avessero mai visto.

Le foglie splendevano di un verde iridescente sugli alberi di una altezza, una maestosità e una armonia sublimi; le forme di fiori evanescenti dalle linee architettoniche, la dolcezza delle colline eguagliava la terra solo in poche, sublimi, giornate d’estate o d’autunno, quando i poeti piangono di nostalgia ed i loro cuori si spezzano di fronte all’immensità del cielo; una bellezza delicatissima profondamente struggente ed inebriante, selvaggia e sorprendente che rubò loro cuore ed anima.

Questa era la splendente Ulthar.

La sensazione di febbricitante vita che si può provare solo nell’infanzia o, quando si è fortunati, nel sogno.

L’aria ricolma di luce dorata vibrava di aspettative e attesa, come fossero desiderati.

Ulthar era una terra di sconfinata e rara poesia, le carovane di pellegrini e mercanti che, come in un quadro, percorrevano le vie diedero loro volentieri un passaggio dato che, all’arrivo, non avevano più trovato il gracchiante Zaukba al loro fianco ne il piccolo dolce Randolph.

Così, spaesati, spersi e sbalorditi Freeman, Teresa e papa Lemuel si incamminarono sull’unica strada di porpora rossa che, come un nastro di velluto, percorreva il paesaggio assieme alla allegra tribù di nomadi.

Questi indigeni astrali ricordavano, per sembianze, usanze ed costumi i nomadi dei deserti o gli zingari europei e non si dimostrarono affatto sorpresi di saperli viaggiatori fra le stelle; in molti giungevano lì da altri mondi, il loro stesso Re non era originario di Ulthar.

Così,a bordo degli ospitali carrozzoni colorati, percorsero allegre valli, maestose foreste, pericolose giungle e deserti dorati fino a giungere nella grandiosa Ilek-Vad tagliata a metà dal viola fiume Skai.

Incontrarono ovunque graziosi, morbidissimi gatti per le strade che li accolsero con le loro fusa e venne loro spiegato che i gatti di Ulthar non erano in nulla diversi dai gatti terrestri tranne per una cosa. I felini di Ulthar erano soli e unici a conoscere i passaggi della luna.

I gatti di Ulthar lasciavano le terre che visitavano saltando su tetti direttamente alla luna e da lì raggiungevano ogni luogo, inclusa la terra; molti di quelli che abitavano le loro case e giocavano con i loro fanciulli e che loro consideravano normali creature terrestri erano, in realtà, gatti di Ulthar, i viaggiatori della luna.

Questa rivelazione affascinò tanto J.J. che ne adottò uno, un giocoso micetto tigrato che non esitò a nascondersi nella sua borsa.

Ma il mercato della capitale Ilek-Vad fu la cosa più meravigliosa a vedersi; sotto le mura del palazzo reale tende delle più graziose fogge e pregiati tessuti riempivano il cielo violaceo sopra di loro e vesti, libri, spezie, cibi, orpelli ed amuleti riempivano le strade e, ben presto, anche le loro tasche dato che i mercanti di Ulthar accettavano qualunque tipo di moneta.

Così si vestirono con le fantastiche fogge del luogo e così ornati si prestarono a scoprire cosa l’universo ora si aspettasse da loro.

Ma come sempre era stato qualunque loro azione venne preceduta dalle vie degli Antichi che si aprirono ancora una volta di fronte a loro quando un emissario del Re venne a loro per invitarli a palazzo.

E fu lì, sul trono delle dorata Ilek-Vad, portando corona e vestito dei più ricchi velluti che vennero accolti da Randolph Carter.

Il Re di Ulthar la dorata.

Randolph, abbracciandoli, narrò loro di come lui visitasse in sogno quelle favolose terre fin dalla più tenera infanzia e che tornarvi era tutto ciò che aveva sempre desiderato, tornarvi era il motivo per cui era divenuto mago, tornarvi era il motivo per cui aveva ereditato la chiave d’argento.

Non perdette troppo tempo a confondere le loro menti con racconti e spiegazioni, di quanti Carter esistessero nell’universo anche a lui contemporanei, di quante esistenze parallele a se stesso esistessero nell’universo, nel tempo e nello spazio; ma spiegò loro che, da discepolo e devoto fedele degli Dei Primigeni li attendeva da tanto, tanto tempo.

Loro dovevano riporre il libro di Dzian in un luogo lontano, lontanissimo dalle mani dell’alchimista immortale Curwen, servitore degli Antichi, e della loro progenie stellare.

Esisteva un posto così su Ulthar, le terre del sogno; era un palazzo di onice nero al di là del deserto che brillava etereo sotto un sole rosso, presidiato dagli orrori di cui i libri dell’enigmatico scrittore Lovecraft avevano messo in guardia gli uomini.

La guerra era vicina; da secoli, da sempre l’esercito ed i regnanti di Ilek-Vlad difendevano la città e le terre del sogno dalla progenie stellare ed era oltre le loro mostruose legioni che dovevano andare a porre il libro.

Nel castello di onice nero sospeso sull’orizzonte desertico

Non sarebbero stati soli contro un esercito, Carter li rassicurò; l’esercito di Ilek-Vlad avrebbe fatto loro da scorta rompendo le righe delle masse striscianti e volanti che si stavano dirigendo, proprio in quelle ore, verso di loro, sapendo del loro arrivo.

La nottata, seppur sotto un fantastico cielo di velluto e stelle, non passò serena per i nostri. Una battaglia li aspettava all’alba e forse sarebbero morti lì, nei deserti di Ulthar.

Teresa studiò le sue magie e provò, senza successo, a richiamare a se l’amate ed amico, Lemuel si confrontò col proprio dio ed signore e Freeman scrisse furiosamente sulla sua bibbia grattata tutta la notte perché le cronache di quella avventura restasse dopo di lui.

L’alba giunse rilucendo su quel mondo e riempiendo il cielo e Carter in persona li venne a prendere dalle loro stanze e li condusse sulla cima delle mura della città dove migliaia di soldati li attendevano, pronti a morie per loro, per il libro, per gli Dei Primigeni.

Ma non di uomini si trattava, sotto gli elmetti centinaia di esemplari di quella inusuale razza di cani rossi come la terracotta che era venuta da loro nei sogni agli inizi della loro avventura li attendeva, eretti sulle zampe posteriori e armi in resta.

Quando il primo generale venne loro presentato da Carter lo sbigottimento vinse su Lemuel e Teresa ma fu sorridendo che Freeman riconobbe proprio quel quadrupede che lo aveva svegliato quella lontana mattina di Marzo uggiolando ai piedi del suo letto nella, ormai lontanissima nel tempo e nello spazio, New York.

Dopotutto qualcuno doveva metterli in guardia su Curwen, rispose il generale, scodinzolando felice di aver ben compiuto il suo dovere da fedele e da soldato.

Attraversarono a cavallo le foreste e le valli ed il tempo pareva scorrere per loro in maniera diversa; come sulle ali di un sogno giunsero ai margini del regno e il grande deserto si aprì davanti ai loro occhi. Teresa espose la Morrigan e le sue armi gloriose, Lemuel i suoi loa, le sue ombre e i suoi ghast che si schierarono obbedienti al loro padrone, ululando al cielo. Freeman si mise a suonare infondendo la certezza della vittoria nei cuori del suo esercito e richiamando, dai lontani orizzonti, creature che veleggiavano sui sogni degli uomini.

E fu allora che li videro.

Stagliarsi sull’orizzonte, tremuli come un miraggio, inattesi come un incubo, l’esercito nemico comparve.

In migliaia la progenie stellare si impossessò delle dune sabbiose e riempì il cielo.

Creature insane e indescrivibili la cui sola vista poteva portare alla follia qualunque mente umana che non fosse allenata agli orrori e all’abisso; la loro anatomia non era fatta per vivere fra dolci colline, boschi terrestri o città pacifiche, ma per respirare incandescenti gas venefici e strisciare in vetrose lande taglienti scalando montagne affilate che solo certi acqueforti rappresentanti l’inferno possono appena indovinare.

Urlando a squarciagola i due eserciti si scagliarono l’uno sull’altro.

La Morrigan esplose in tutta la sua furia repressa nel fragile corpo di Teresa e solo allora Mad Sweney, il suo Re, comparve al suo fianco vorticando la spada e smembrando le carature che, a centinaia, si gettavano su di loro. E così, dopo secoli, Re e Regina si unirono sul campo di battaglia per una giusta guerra, legati assieme da una unione indissolubile come la luna ed il sole nel loro eterno inseguirsi.

Le ombre di Lemuel si fecero enormi e feroci e strisciarono fra le fila nemiche distaccando arti e mordendo, graffiando, tagliando l’informe massa strisciante mentre i gasth ululanti si lanciavano festanti a banchettare con membra viscide e teste gibbose ancora pulsanti di vita come coyote famelici su uno sciame brulicante.

Le creature richiamate dalle terre del sogno di J.J. coprirono benevolmente la battaglia con le proprie ali mastodontiche e li difesero dagli attacchi aerei.

Dopo diverse ore di battaglia, che parvero decenni, uno spiraglio si aprì nella massa nemica nella quale i nostri si gettarono a capofitto.

Aprendosi come una lama nella carne un passaggio finalmente riuscirono a squarciare il fronte nemico che sbarrava loro la strada, e fu allora che il castello di onice nero si palesò loro, fluttuante sulle sabbie desertiche, mastodontico e imponente.

Le alte guglie assorbivano la luce del sole come una macchia di buio solido, il tratto di gomma di un qualche dio dimenticato pareva aver cancellato un tratto di realtà sotto la quale il foglio dell’abisso universale, il buio fra le stelle, si mostrava con la sua non-esistenza. E fu nella sua oscurità assoluta che i nostri sparirono.

Non trovarono nessuno ad attenderli vagabondando fra quelle pareti di materiale lucido, fra i lunghi corridoi dalle altissime pareti e i pavimenti a specchio; il silenzio era quasi totale, solo i loro passi risuonavano in quell’aria morta e una luce evanescente permetteva loro di ammirare gli intricati bassorilievi che ornavano interramene le pareti; arte astratta e geometrica che ricordò loro i bassorilievi dell’ufficio di Jhosep Curwen nel suo grattacelo in acciaio bronzato e vetro.

Papa Lemuel teneva stretto al petto il prezioso libro di Dzian, camminando con passo regale fra i lunghi corridoi seguito dagli amici leali quando finalmente arrivarono alla sala del sogno.

Su di una parete che ricordava per dimensioni e imponenza una ripida scogliera di cui era impossibile vedere la cima il quadro di Joseph Curwen, l’alchimista, sorgeva mastodontico di fronte ai loro occhi.

Il leggio alla sua sinistra era come lo ricordavano nei loro sogni, vuoto.

Ora non rimaneva loro che mettere l’antico libro di Dzian al suo posto e la loro avventura sarebbe finalmente terminata. Gli Dei Primigeni non erano riusciti a ghermire la loro anima e le loro menti e il potere degli uomini e dei semidei terrestri scorreva forte nelle loro vene; Lemuel fece appena in tempo a porre il libro sul suo leggio che l’unico abitante del palazzo di onice nero comparve alla fine del corridoio.

La figura umana era alta oltre le possibilità di un corpo umano e coperta da capo a piedi di lacere vesti gialle. Mad Sweney si mise a protezione della sua regina appena tornata nei panni di Teresa ma non vi fu bisogno di alzare le armi, la spaventosa figura che era accorsa alla battaglia di Boemian Grove contro gli uomini pipistrello abbassò il cappuccio e una testa umana nera come le lisce pareti del suo castello comparve. Gli occhi non avevano pupilla e la sclera bianco avorio pareva osservarli con divertito interesse.

Freeman, stupendosi, lo riconobbe come l’uomo che aveva visto stagliarsi su quel sole rosso che aveva riempito le strade di Manhattan all’inizio della sua avventura, la figura ammantata di vesti da imperatore egizio che conduceva i suoi concittadini a perdersi nel sole in una New York deserta e trasognante.

Ciò che già possiedi mai riuscirai a trovarlo” ricordò loro il Dio Re

E così dicendo, essendo loro alla fine del loro viaggio, regalò loro sogni, e possibilità e tempo e loro scivolarono, ignari, fra gli inganni della corte e lontani dall’abissale malvagità dell’abitante del castello d’onice; J.J Freeman, Teresa e Lemuel caddero giù per i nulla infiniti di oscurità; nel lento e serpeggiante corso dell’eternità l’estremo ciclo del cosmo si coagulò e tutte le cose diventarono di nuovo com’erano state nelle innumerevoli eternità precedenti. Tornarono a New Orleanse, a New York, a Casa chi al proprio sole che troppo a lungo aveva atteso, chi ai propri fedeli ed amici, chi alla sua musica e al rimirare l’infinito carosello dei due amanti.

Il libro venne dipinto accanto a Joseph Curwen da un vecchio pittore folle, abietto e ispirato che lavorava nei fondi di un palazzo fatiscente di New York sulle sue blasfeme opere che ritraevano dei, demoni e mostri firmandoli con una P scarlatta.

Al suono delle migliaia di sirene del mattino simili ad un organo, al chiarore del giorno che risplendeva abbagliante attraverso i vetri purpurei della grande cupola dorata della State House sulla collina, l’umano e sognatore Rhandolp Carter si svegliò con un balzo, urlando nella sua casa di Arkam. Uccellini cantavano in giardini nascosti e il profumo dei graticci di vite entrò dai pergolati che suo nonno aveva eretti.

Bellezza e luce rilucevano dal classico caminetto, dalle cornici scolpite e dalle mura bizzarramente ornate; mentre un gatto lustro e nero si alzava sbadigliando dal suo sonno presso il caminetto, disturbato dal sobbalzo e dal grido del padrone.

Fine